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La tomba dei giganti di San Cosimo

La civiltà nuragica, elemento caratterizzante della preistoria sarda, comincio a svilupparsi attorno al 1800 a.C. I nuraghi, la più nota manifestazione dell’epoca, sono diffusi in tutto il territorio isolano in numero che supera le 7000 unità, presentando caratteristiche differenti tra loro, a seconda del periodo e della zona di realizzazione.

Se dei nuraghi non è possibile accertare la funzione, sulla quale numerose ipotesi, tutte più o meno realistiche quanto inappurabili, sono state avanzate, si può invece affermare con sicurezza la funzione funeraria delle cosiddette “Tombe dei Giganti”: si tratta di circa 500 esemplari, di cui circa l’80% si concentra nella fascia montagnosa centrale dell’isola.
La muratura esterna di questi edifici o si apre a V, con lati concavi e il vertice arrotondato nella parte posteriore, o segue parallelamente i lati del corridoio interno, andando ad aprirsi a semicerchio nella parte anteriore; in quest’ultimo modello si tende a riconoscere la rappresentazione di una protome (muso), bovina (diffusa già nel neolitico, forse simboleggiante la divinità maschile), di cui il corridoio rappresenterebbe la testa, e l’esedra (il semicerchio anteriore) le corna. L’ingresso, costituito da un portello, si apre al centro di quest’ultima struttura. In nessuno degli impianti conosciuti, compresi quelli maggiormente integri, si è conservata la copertura.
Nel territorio di Gonnosfanadiga, in località di San Cosimo a poca distanza dal paese, nei pressi del nuraghe Sa Domu de S’Orcu, si trovano due costruzioni, di cui una detta Sa Grutta de Santu Giuanni. Questa, con cui i suoi 26,30 m di lunghezza e la seconda tomba dei giganti più lunga dell’isola, con un’esedra larga 24 m. Davanti a quest’ultima sono presenti diversi doppi cerchi di pietre, che originariamente forse erano coperti da una falsa volta e contenevano offerte per i defunti. Nel corridoio delle tombe di San Cosimo furono ritrovati degli interessanti vasi in ceramica, dalla forma aperta e l’orlo assottigliato, in ottime condizioni (oggi conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari), nonché perline di collana in vetro di vari colori, che attestano l’esistenza in questo periodo di scambi commerciali con il popolo miceneo che le produceva. Nel presentare questa importante testimonianza preistorica, non si può non evidenziare lo stato di abbandono in cui versa il sito che, proprio per la sua ragguardevole struttura, meriterebbe di essere tenuto in maggiore considerazione per un’eventuale utilizzazione turistico - culturale.
Martis Valeria 

ALMANACCO di G. Concas

Maggio - Maiu

Maggio vive tra musiche d’uccelli: è il mese della musica e del canto. Maggiolata = canzone di maggio.

Il termine Maggio deriva da Maia, divinità greca, una delle Pleiadi, figlia di Atlante e di Pleione (figlia di Oceano). Fu amata da Zeus (Giove) e da questa unione nacque il dio Ermes (Mercurio, il messaggero degli dei, dio dei commercianti e dei ladri ).

1 maggio S. Giuseppe lavoratore (artigiano). È la festa del lavoro; si festeggia  in quasi tutto il mondo. Mi ricorda le elezioni in Paradiso: imoi si dhu contu. “Sa dì ‘e su prim’’e maiu in paradisu iant fattu is eletzionis e tottus iant votau. Po su scrucullu Santu Pedru presidenti e Santu Paulu scrutadori…iant incumentzau:

democristianu…democristianu…democristianu…democristianu…fintzas a sa fini. Po arrespettu de sa democratzia, insandus Santu Pedru, iat accanciau sa cascitta e dha iat furriada a fundu in susu, po fai biri ca non nd’iat prusu; invecis ndi iat arrutu una scheda: “Lobai oh! - si fiant fatus -  nci nd’hat ancor’una”! Santu Pedru dh’aberrit: “ Comunista”!!! GesùCristu miu bellu, in Paradisu nci hat u’ comunista”!!! Circa innoi, pregonta ingudeni, a sa fini iant scipiu ca su comunista fiat Santu Giuseppi. Santu Pedru si dho-y accostat: “ Giuseppi propiu tui, su babbu de Gesusu? Ua cosa de aici no dha podiasta fai? Insaras Santu Paulu: “ O Giuseppi est una bregungia, tottu su paradisu est in avolotu”! “Ascurtaimì pagu, pagu – si fiat fatu insandus Santu Giuseppi - m’heis segau is istrancafius. Maria, o Maria, accancia su Pippiu, ca nosi ndi andaus, e tottu custus ki ‘olint basai, basanta su molenti”!!!

19 maggio – Pentecoste = la discesa dello Spirito Santo – il giorno del perdono di Dio. In sardo lo conosciamo comunemente come Sa dì de su Pedronu de Maiu. Nella Carta De Logu viene chiamata Sa Pasca de Pentecoste. In altri paesi della Sardegna si dice Sa Pasca de is Perdonus. Il termine Pentecoste  deriva dal greco Πεντηκοστή(ήμέρα) [pentecostè emèra) = cinquantesimo giorno dalla Pasqua. Diversi passi evangelici annunciano questa festa, che in effetti è l’evento più importante di tutta la cristianità. L’Inno del Manzoni, “La Pentecoste”, superando il messaggio evangelico, ne estende gli effetti al mondo intero - …//Come la luce rapida// piove  di cosa in cosa,// e i color vari suscita //dovunque si riposa;// tal risonò molteplice // la voce dello Spiro: // l’Arabo, il Parto, il Siro // in suo sermon l’udì. // Adorator degli idoli, // sparso per ogni lido, //volgi lo sguardo a Solima, // odi quel santo grido //…

G. C.

Dicius -A- [6

dicius.c
Cantu prus ndi teneus prus ndi 'olleus: quanto più ne abbiamo, più ne vogliamo. È il detto dell’avarizia umana: non riusciamo mai ad accontentarci; vogliamo sempre di più. È il proverbio, vecchio quanto il mondo, dell’incontentabilità umana, il contrario di: chi si contenta gode.
Cantu prus seus prus pagu fadeus: quanto più numerosi siamo, di meno facciamo. Il contrario dell’Unione fa la Forza. Per fare certe cose e meglio essere in pochi. Il detto si adatta perfettamente ad un certo tipo di ladri, per cui se si è in troppi c’è il rischio di farsi scoprire al più presto.
Cariga fini: naso fino
Carrada beccia fait binu bonu: vecchia botte fa buon vino. Si dice dell’anziano per la sua saggezza.
Cuaddu friau sa sedda dhi pitziat: il cavallo ulcerato mal sopporta la sella. Questo detto si adatta perfettamente alle persone le quali, invitate a discorrere di un argomento delicato, nel quale sono interessate, trovano tante scuse per evitarlo. In linea generale si usa questa espressione per indicare una fatto che riapre una ferita (di qualsiasi genere) non ancora del tutto marginata.
Celu arrubiu a merì crasi bella dì: cielo rosso di sera, bel tempo si spera. O anche – circhiola a merì crasi bella dì: arcobaleno di sera bel tempo si spera. I due detti, sostanzialmente uguali, si possono adattare anche ai fatti umani. Il cielo rosso o l’arcobaleno potrebbero indicare lo schiarirsi di una situazione grave di tensione o l’attenuazione di un “conflitto”.
Centu concas centu barrittas: cento teste, cento berrette. È il proverbio sardo per eccellenza, perché ci contraddistingue da molti altri popoli nel bene e nel male. Nel bene perché il detto indica chiaramente che ogni sardo pensa con la propria testa e quindi difficilmente si lascia convincere a fare una cosa che non sente di fare e quando ha deciso di farla la porta avanti sino all’estremo. Nel male perché la nostra ostinazione ci conduce sino alla testardaggine estrema, “conca ‘e arrocca” ( testa dura), che spesso ci impedisce di trovare l’accordo comune o il compromesso, a cui talvolta è necessario pervenire. Non dico che trovare due sardi che vadano perfettamente d’accordo sia come trovare un ago in un pagliaio, ma è comunque cosa difficile. Non siamo docili alle “imposizioni” dall’alto, ma crediamo in certi principi, nonostante tutto. I cento mila sardi che parteciparono alla liberazione del Trentino e della Venezia Giulia, dal 1915 al 1918 non adoravano certo quei popoli che di sardo non hanno mai avuto niente, ma lo fecero perché credevano in quel principio che si chiama Patria, e quella stessa gente da noi portata alla liberazione col sacrificio di 13 mila morti e 15 mila feriti gravi, oggi rinnega quel principio: “ Deus dhus aggiudit”! Usiamo questa espressione quando ci troviamo davanti a persone talmente malate ( di mente) per cui ogni cura terrena può far ben poco.
Circai a perda furriàda: cercare una cosa, rovesciando persino le pietre. È un’espressione tipicamente sarda, che viene usata molto spesso quando si cerca un oggetto, animale o persona scomparsi. Se ne fa uso anche in senso ironico, ad esempio, per rispondere ad amico o parente che ci ha prestato qualcosa, che non vogliamo restituire: “ Dh’happu circàda a perda furriàda, ma no dh’happ’agattàda”! = “L’ho cercata in tutti i posti ma non l’ho trovata”!
cirkiola a manjanu crasi tempu malu: arcobaleno di mattina il tempo si rovina. Si dice inoltre delle persone umane che manifestano di buon mattino nervosismo, che annuncia “vento e pioggia” e all’indomani “burrasca”.
Chini tenit tanca, tenit banca: chi ha la terra ha i soldi. È un proverbio latino: la terra, intesa come proprietà privata, garantisce una vita onorevole ed economicamente sicura.
Chini cantat a mesa o a lettu o est maccu o est fettu: chi canta a tavola o a letto o è matto o è ubriaco. Vi sono regole normalmente rispettate: chi non le rispetta ha evidentemente le rotelle fuori posto.
Coia e compra in bidda tua e chi podis in bijanu: moglie e buoi dei paesi tuoi e se puoi del tuo vicinato. Ancora oggi abbiamo pregiudizi nei confronti della moglie o del marito “istranju” (straniero), anche se magari è di un paese che sta a 5 Km. dal nostro. “Jei est a fròri, no nc’est arrenèsciu a agattai pobidda in bidda sua”! = “Poveraccio non è riuscito a trovare nel suo paese neppure la moglie”! Etc.Etc.
Coi pappa e (citu) tuppadì: cuoci, mangia e taci. Non siamo molto aperti, sia nell’indigenza che nell’abbondanza. Per certi versi è un bene, per altri un male. È comunque chiaro che, in certe situazioni, il silenzio è preferibile alle parole.
Coru de balla: cuore duro. Il sardo per consuetudine, talmente ben radicata da caratterizzarne il costume, è cuore di pietra. Pertanto all’offesa risponde spesso con la vendetta, immediata, possibilmente, ma talvolta covata per anni ed anni. La religione cristiana e la cultura hanno alleggerito solo un po’ quest’abito pesante. Nonostante tutto la nostra ospitalità raggiunge livelli eccezionali. All’ospite siamo sempre pronti a dare tutto, fuorché il culo e la moglie.
Cara mala e coru bellu: viso arcigno e cuore dolce. Condanna col viso, perdona con il cuore. È il comportamento tipico dei genitori sardi nei confronti dei figli (bambini) che sbagliano, indipendentemente dalla gravità dell’errore.
Cara bella e coru malu: buon viso a cattivo gioco. Bah! Questo detto si adatta di più ai napoletani, imbroglioni per antonomasia, che non ai sardi. Per un sardo è assai difficile portare la maschera ed apparire dolce quando non è il momento di esserlo. Difficilmente riusciamo a nascondere i nostri sentimenti.
cosa de sindi lingi is didus: roba da leccarsi le dita. È un’espressione che si usa, in senso positivo, quando si è ad un pranzo di nozze, mentre in senso negativo quando ci troviamo davanti ad un fatto grave.




Il Cavallo (3^ ed ultima puntata)

Il Cavallo (3^ ed ultima puntata)
Mi rendo conto che tutto questo può far storcere il naso a molti, ma il mio fine, non è quello di far correre il cavallo in una pista, cosa naturalissima per il cavallo e non è il salto ad ostacoli che mi interessa (anche questo è un esercizio naturale per il cavallo). Il mio fine è quello di trasformare la naturale diffidenza del cavallo, e giocando con lui, eseguire figure, movimenti ed azioni fuori dal naturale, e riproporre il rapporto uomo – cavallo – guerra. Premesso che qualsiasi cavallo o altro animale, può essere addestrato senza coercizioni violente, nella mia esperienza di addestratore, ho scelto i soggetti andalusi i quali da millenni , per la loro attitudine guerriera, sono molto vicini all’uomo, e recentemente con grandi sacrifici economici, ho acquistato un puledro kartujano, un cavallo che si distingue per la struttura fisica dal moderno andaluso. Non si tratta certo per fare la guerra cruenta, ma di riproporre le sensazioni e le comunicazioni interiori che si creavano in una situazione estrema e pericolosissima per entrambi, cavaliere e cavallo, ed era utile, quanto necessario un rapporto di grande amicizia tra i due.
Senza questi requisiti io credo sia impossibile preparare un cavallo per tirare con l’arco, usare la “katana” etc. giocarci come fa una cavalla col puledro. Nell’epoca d’oro della cavalleria, il cavallo addestrato alla guerra era prezioso e pur nella violenza della mischia non era fatto bersaglio, ma era ambita preda di guerra. Nella storia il cavallo assunse grande valenza economica, sociale e soprattutto militare.
[ Eleonora D’Arborea nella CARTA DE LOGU prescriveva: Dessos Lieros de cavallu, chi sunt tenudos assa CORTI , sos qualis sunt tenudos de serviri cun cavallos ed armas e sunt indi de ciò colados, deppiant haviri cavallos maschios , chi bagiant dae liras deghi ‘nsusu e totu s’armadura chi bisongiat ad homini de cavallu , assa sardisca; e siant semper apparizzados cun sos dittos cavallos ed armas pro fagheri sa mostra e pro cavalcari quando Nos illos fagheremus recheder; e chi ciò non hat a fagheri , torrit a sa mungia. ( o mungitura del bestiame ). Non è facile determinare esattamente il valore della lira d’Arborea. La prima lira d’argento, quella di CARLO MAGNO era costituita da 12 once suddivise in 20 parti o denari; una lira = 240 denari. Oggi gli esperti dicono che un buon cavallo , addestrato ed armato , vale da 5 a dieci milioni. In tal modo la lira arborense aveva un valore che oscillava da 500 mila lire odierne ad un milione , cioè da 250 a 500 Euro circa. Il cavallo non può essere sostituito o venduto, pena la morte per i trasgressori. Contro chi contraffaceva o alterava il marchio dei cavalli de su RENNU …”paghi alla corte £.25 e se non paga entro 15 giorni, SEGHINTISILLI SA MANU DESTRA.
ENRICO IV impose l’esclusivo uso di stalloni ANDALUSI e ne vietò l’esportazione. CARLO V vietò che i cavalli SPAGNOLI fossero oggetto perfino di donazioni testamentarie.
Filippo II stabilì che i proprietari di fattrici, per un tempo superiore ai tre anni , non fossero perseguibili per debiti di nessuna natura].
Dopo aver approfondito alcune fondamentali nozioni scientifiche, forte della mia trentennale esperienza di insegnante di arti marziali giapponesi, forgiato dalle esperienze maturate sui campi di gara di tutto il mondo, ove se è vero che il confronto tecnico sportivo ed il risultato , è di primaria importanza, è anche vero che il risvolto umano e l’adeguamento a genti e popoli sconosciuti e con abitudini e religioni diverse, maturano sicuramente un’evoluzione mentale che porta alla tolleranza, alla comprensione e quindi a porre in essere tutte le condizioni per una pacifica convivenza ed il superamento delle diversità.
Nessuno può arrogarsi il diritto di imporre idee agli altri con la violenza e ancor meno con i famosi metodi di triste memoria: olio di ricino e manganello. E questo, poniamocelo bene in testa, deve valere anche per il cavallo, in quanto essere affettivo; anzi colgo la circostanza per informarvi che sono promotore con altri amici che hanno a cuore gli animali affettivi, di una legge che ne impedisca la soppressione. A questo proposito, concludendo, siamo arrivati alla motivazione e scuola del MAESTRO D’ARMI, la scuola iniziatica delle arti marziali, ovvero la VIA DEL BUSHIDO, la morale eroica del GUERRIERO A CAVALLO, radicata nello spirito divino della stirpe, trasmessa da generazione in generazione e profondamente vissuta dai SAMURAI nell’ora del supremo sacrificio sul campo di battaglia o nel rito sublime dell’HARAKIRI, come in ogni momento del comune convivere, intessuto di doveri, rettitudine, senso del dovere, fedeltà, onore, coraggio, cortesia, sincerità, pietà filiale, vita sobria e,
saggezza. Il tutto ottenuto con il severo addestramento che porta a padroneggiare le passioni e le emozioni passando attraverso la scuola del silenzio, della respirazione controllata e della Immobilità che porta a trovare e conoscere profondamente se stessi e quindi SENTIRE e SCOPRIRE quei momenti che nessun manuale può spiegare, ma che devono essere vissuti in prima persona
MI RENDO CONTO di aver stuzzicato un vespaio e, se lo ritenete interessante, potrò esporre meglio il mio pensiero in un incontro , ove potremo parlare di:
TURISMO EQUESTRE, MONTA DA LAVORO, MONTA WESTERN E MONTA WAQUERA.


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