La sua
situazione è nella parte superiore del piano, che dal
bacino di Sàbazu, che dicevano stagno di Sellori, discende alle maremme
Nabolitane, o di Terralba".
Così veniva descritta l'ubicazione dell'abitato di San Gavino Monreale nella
prima metà dell'Ottocento.
La sua posizione quasi baricentrica rispetto alla piana dei Campidano ha
favorito il suo ruolo di importante nodo di traffico e scambio a tutti i
livelli, sicuramente fin dagli albori della presenza dell'uomo, nel periodo
neolitico.
E' possibile dedurlo dai segni, sia pure labili, che sono giunti fino ad oggi,
non ben conservati- proprio per il fatto che il territorio fu continuamente
battuto- dalle tracce di ossidiane ai resti semidistrutti dei Nuraghi di Sa
Sennore, Su Nurali, Su pranu, che portano a conoscenza dell'esistenza di diversi
insediamenti nel periodo nuragico.
Molti di questi si potevano scorgere fino a non molti anni fa, poi furono
demoliti dai Sangavinesi per realizzare lo zoccolo delle loro abitazioni.
Del periodo romano rimane l'antico tracciato stradale, costituito dalle tre
strade che percorrono il Campidano, una delle quali attraversa anche San Gavino,
e l'eco dell'esistenza dei centri di una certa importanza rimandato dalla
presenza di più necropoli (databili dal I sec. a.C. al III d.C.) e dai nomi di
alcune località come "Ruinas Mannas" in cui doveva trovarsi una
grande villa di un latifondista.
Molti di questi centri decaddero durante le invasioni vandaliche, mentre altre
ebbero un certo sviluppo come Gurgo, Funtana Fenugu, Nurazzeddu che può essere
identificato come l'attuale San Gavino.
L'arrivo dei Bizantini portò una certa stabilità, le città si
trasformarono in centri di cultura: si realizzarono complessi monastici secondo
l'uso orientale; nell'agro Sangavinese si trova il complesso monastico di Villa
Funtana de Urgo, l'attuale convento di Santa Lucia
dei Frati Minori Osservanti, che conserva solo in parte l'antico aspetto, a
causa dei successivi rimaneggiamenti.
Quando la sudditanza da Bisanzio divenne più tenue vi furono i presupposti per
dividere il territorio della Sardegna in quattro amministrazioni dette Giudicati,
tra le quali quella di Arborea, e subito dopo essere stati istituiti
cominciarono i contrasti e le velleità di supremazia dell'uno e dell'altro,
come dimostrano i sistemi difensivi adottati.
Nel corso del 1200 la Sardegna fu sconvolta da numerosi conflitti interni, in
cui si inserirono anche Pisani e Genovesi-, come conseguenza vi fu la scomparsa
del Giudicato di Plumino e l'espansione del Giudicato di Arborea che inglobò
molti centri che appartenevano all'altro, tra i quali Nurazzeddu,
In tale periodo, forse, il centro assunse il nome del Martire Soldato Gavino, al
quale più tardi si aggiungerà il termine Monreale dal nome del castello,
edificato nel secolo XI su un colle a pochi chilometri dall'agglomerato urbano.
San Gavino era compreso nel dipartimento di Colostrai e faceva parte della
curatoria di Bonorzuli.
Nel corso della guerra tra Arborea e Aragona rimase in parte distrutto e su
tutto il territorio regnava la desolazione-. vi era un numero impressionante di
villaggi abbandonati, dovuti ai lunghi anni di guerra e alla mancanza di difese
nei villaggi, ma anche alle calamità naturali, carestie e pestilenze, a cui si
aggiungevano le incursioni piratesche.
Durante i primi del secolo XV dopo le conquiste dell'isola da parte dei
Catalano-Aragonesi, il villaggio di San Gavino era ancora la località più
sicura ed infatti accolse gli abitanti dei villaggi circostanti, come quelli dei
borgo di Villa Funtana de Urgo che vi si trasferirono dopo l'allontanamento dei
Benedettini dal Monastero.
I nuovi venuti si stabilirono lontano dal centro dei villaggio, che faceva
corona alla chiesa di San Gavino Martire,il raggrupparsi di tutte queste genti
diede un notevole impulso all'espansione urbanistica.
Per costruire le case gli abitanti scelsero quelle zone che si presentavano più
alte rispetto al livello medio del terreno, dato che l'area risultava fortemente
umida e il terreno si trasformava in acquitrino ad ogni violento acquazzone.
Quando lo stato Arborense perse la statualità e fu diviso in tanti feudi, la
curatoria di Bonorzuli fu scissa in due encontrade (più tardi si parlerà di
Baronie) che insieme a molte altre furono infeudate ai Carroz, successivamente
passò ai Centelles e quindi agli Osorio fino a quando nel 1836 si decretò
l'abolizione del regime feudale
TIPOLOGIA
DELLE ABITAZIONI
Nel "Dizionario Geografico- storico-statistico-commerciale degli
stati sardi di Sua Maestà il Re di Sardegna" (1849) si trova la
descrizione delle abitazioni in quel periodo:
le case erano per la maggior parte di un solo piano, anche le più grandi che in
tale periodo e fino ai primi del novecento dovevano risultare: le case degli
Orrù, ora Melas, la casa Diana, quella di Pasquale Orrù, la casa parrocchiale
di Via Trento, le case Caboni e Orrù-Lai e quelle del lascito Paderi con poche
altre.
Alcune di queste, pur essendo di grandi dimensioni ed avendo ampi cortili, erano
costituite dal solo piano terra e da un solaio adibito a deposito di granaglie.
Dai materiali usati per realizzare le abitazioni e dai diversi schemi usati
nelle costruzioni del forno per il pane, l'arco di ingresso, ecc., si può
affermare che in San Gavino come in altri centri dei Campidano si sviluppò e
specializzò una forma culturale che si può definire "civiltà del
fango".Non c'è stata nel tempo una sostanziale evoluzione nelle strutture
delle abitazioni, così i modelli del periodo giudicale si ripetono
costantemente anche nel periodo feudale: in ambedue i periodi, quasi tutte le
case erano prive di solai e avevano solo il piano terra.
Le proporzioni erano sempre le stesse, come si desume dalla "tassa sulla
casa" che si pagava per travature: poteva variare il numero di esse, ma le
dimensioni dovevano restare sempre quelle, essendo la trave unità di misura.
La casa era preceduta da un grande cortile, delimitato da siepi o da piccoli
muretti, per gli animali domestici e dove si coltivava qualche albero da frutto.
Nelle abitazioni più ricche su uno o due lati del cortile erano disposti
diversi locali di servizio, magazzini, il forno.
La casa vera e propria era composta dalla cucina, che aveva il focolare al
centro e il tetto di canne per permettere l'uscita dei fumo, e da un numero
variabile di ambienti in cui erano poste le stuoie per il riposo.Questo
modello rimase più o meno invariato
fino alla fine del XIX secolo,almeno per le
abitazione dei ceti più poveri, ben diverse
erano le abitazioni delle famiglie più ricche se
non nella tipologia almeno nel numero di stanze che dall' 800 si articolavano
anche su due piani.
La pavimentazione era solitamente in cotto, ma anche in queste i muri erano in
mattoni crudi di fango così pure il forno e i numerosi magazzini.
Gli ingressi dalla strada al cortile erano ad arco realizzato a tutto sesto o
sesto ribassato; tutte le strutture erano protette da uno strato di intonaco,
sempre in fango.
La tipologia fin qui descritta ha molte affinità, come strutture, con la
tipologia delle case a corte, la cui origine si fa risalire alle domus romane,
tipo che si ritrova nelle zone di diffusa colonizzazione romana, come d'altra
parte è stato nel territorio di San Gavino.
Successivamente con la graduale saturazione dei territorio, la strutturazione a
schiera, caratterizzata da lotti lunghi e stretti, si è sovrapposta a quella
per corti, ma ogni singola abitazione che compone la schiera ha conservato il
carattere tipico della tipologia a corte, la chiusura verso l'esterno e
l'apertura verso la corte, fulcro dell'attività quotidiana.
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